Roccella Jazz e Kaulonia Tarantella Festival Aneddoti ed incroci mediterranei sulle sponde Del Mar Ionio

Roccella Jazz e Kaulonia Tarantella Festival Aneddoti ed incroci mediterranei sulle sponde Del Mar Ionio

Rappresentare un territorio, come quello calabrese, non è semplice. Farlo attraverso la cultura, la musica, il teatro, è ancor più difficile ma estremamente affascinante. Una sfida continua che, in questi anni, è stata raccolta da due realtà come Roccella Jazz e Kaulonia Tarantella Festival. Due mondi che vanno ben oltre i giorni della manifestazione offerta al pubblico. Due motori che, quest’anno, si sono messi in sinergia per una versione del Ktf che sarà davvero un evento da ricordare. Abbiamo incontrato i due direttori artisti: Vincenzo Staiano (Roccella Jazz) e Carlo Frascà (Kaulonia Tarantella Festival) per farci raccontare le cose che il pubblico non vede, come gli aneddoti degli artisti, ma anche il dualismo tra organizzatori e comunità.

Descrivi il Festival in 3 parole

Staiano: Difficile ma bello.

Frascà: Musica e cultura etnica.

Qual è la cosa più bizzarra che ti è stata richiesta nel backstage?

S.: Niente di male, solo un po’ di “fumo”.

F.: Birra artigianale di alta qualità! Ma per fortuna a Caulonia se ne produce di ottima.

Il concerto che ricorderai per sempre?

S. Sono due: Richard Muhal Abram’s Quartet e George Russel’s Living Time Orchestra.

F. È davvero impossibile rispondere seccamente a questa domanda, perché negli ultimi anni il festival ha espresso davvero tanti eventi artistici di primissimo ordine. Se dovessi rispondere con una battuta: l’ultimo che riuscirò ad ascoltare.

Pre, durante e post festival, come lo vivi?

S. Con ansia, preoccupazione e le costanti domande: funzionerà tutto a dovere? Piaceranno i concerti? Riusciranno a pagare i musicisti, lo staff e i fornitori di servizi?
F. Tutte e tre sono fasi molto intense: quella di pianificazione di svolgimento e di consuntivo. Personalmente tendo (per usare un termine tecnico) a creare un “cross-fade” una sorta di fusione incrociata tra le varie parti cercando di vivere ciò che accade ma pensando nel contempo a ciò che dovrà avvenire in una continua circolarità che credo sia tipica dell’attività di programmazione. 

Cosa lascia il festival alla comunità locale e cosa la comunità lascia al festival?

S. Tanta buona musica dal vivo che altrimenti sarebbe difficile ascoltare, e che costituisce anche un fattore di crescita culturale. Tanto prestigio per il paese e un aumento delle presenze turistiche. Tra l’altro l’esistenza del teatro al castello dell’Auditorium e dell’ex convento dei minimi, attrezzato in un certo modo, la si deve al festival. La comunità locale? Nel tempo, il lavoro prezioso e non retribuito di tante persone.
F. Il Kaulonia Tarantella Festival è concettualmente basato sulla sinergia con il territorio. Entrambi si rappresentano vicendevolmente, e la politica di programmazione del Festival mira proprio a rafforzare sempre di più questa forma di reciproca identificazione.

Come definisci l’incontro tra le due manifestazioni?

S. Utile e doveroso.

F. Importante, vitale, necessario, per dare forza al nostro territorio e ad una proposta turistica culturale che si può finalmente avvalere di una programmazione anticipata e concordata di due dei principali eventi attrattivi dell’intera regione. Dagli accordi presi dai due enti organizzatori già possiamo conoscere le date dei futuri festival e questo influirà non poco sulla possibilità pianificazione e di investimento degli operatori turistici ed economici.

Come trasformare la kermesse in volano di sviluppo territoriale?

S. Migliorando la comunicazione e i suoi tempi e aumentando le strutture ricettive.

F. Principalmente, come già detto, con una bona capacità di programmazione. E poi sviluppando sempre di più attività di interconnessione con la gente e le risorse del territorio, creando, opportunità, fiducia e senso di appartenenza. Un esempio è, quest’anno, la fondazione della KTF Popòlar Orchestra.

Cosa immagini possa nascere dall’incontro tra le due manifestazioni?

S. Una sinergia in grado di rafforzare entrambe le manifestazioni e la possibilità di garantire un paio di settimane di musica di qualità al territorio e a chi decide di venire nella nostra zona.

F. Dei progetti di cooproduzione sempre più interessanti e accattivanti, a mio avviso anche per il mercato discografico. Il “melange” tra etnico e jazz, se ben concepito, può favorire un maggiore trasversalità di gradimento per il pubblico dei due generi, favorendone la divulgazione.

Dai un consiglio all’altro

S. Sposta i concerti più importanti a Caulonia Marina, sul lungomare.

F. Quello che darei a me stesso: la pianificazione di un festival è un’attività molto complessa in cui devi tenere conto, nel tempo, di una miriade di parametri. C’è sempre un ultimo arrivato che, fresco, fresco, ti dice: “avresti dovuto fare così …”. Ciò comporta, agli organizzatori, una sorta di atteggiamento protettivo che talvolta sfocia in una forma di chiusura. Questo non è mai proficuo, trattandosi di qualcosa rivolto al pubblico, alla gente, l’auto-esortazione è dunque: rimaniamo sempre e comunque in ascolto, anche quando quello che ci dicono risulta, e non solo occasionalmente, scontato.

Se dico Mediterraneo, tu cosa rispondi?

S. Un rumore di fondo rassicurante e una presenza rilassante.

F. Un mare di comunicazione, di scambio, da sempre, incontro-scontro di culture.

Come immagini il festival da qui a 10 anni?

S. “Ma noi non ci saremo…”, cantavano i Nomadi.

F. Come una grande occasione di confronto tra la storia, la cultura, l’identità e le risorse del nostro territorio, e il mondo intero. Senza chiusure e timore alcuno dell’incontro.