Coscienza e riscoperta dei territori dove il vuoto può essere una risorsa, presupposto di una nuova vita.

Coscienza e riscoperta dei territori dove il vuoto può essere una risorsa, presupposto di una nuova vita.

Il Ktf incontra Vinicio Capossela.

In attesa di godere dell’atto unico in programma il 17 agosto sul Main Stage del nostro centro storico alle 22:30 abbiamo avuto il piacere di conversare con Vinicio Capossela e farci raccontare in esclusiva sulle pagine del Magazine del Kaulonia Tarantella Festival alcuni concetti che accompagnano l’uomo ancor prima che l’artista. Un confronto che non ha toccato solo i temi musicali, ma anche quelli socio culturali su tematiche che ci riguardano molto da vicino, con la profondità e la schiettezza che hanno sempre contraddistinto la sua personalità.

Quando si è passati dai Bronzi di Riace come motivo di vanto culturale italiano, a motivo di sdegno per l’operato di Mimmo Lucano?

Beh, lo vedete da soli cosa sta accadendo nel paese. Quanto convenga parlare ai bassi istinti, lavorare sulla legge di natura anzi che sulla cultura. Stimolare la pulsione al capo branco, alla territorialità, al mors tua vita mea. La consapevolezza che ci salveremo tutti o non si salverà nessuno non è legge di natura, è una coscienza che si acquisisce col confronto. Sentire il dovere di salvare l’uomo in mare nasce dalla comprensione che il mare è più forte e che un giorno potresti essere tu quell’uomo. I bronzi di Riace ci parlano appunto di cultura, non di legge del branco. Una cultura del mare mediterraneo che vedeva nell’ospite o nel naufrago una possibile apparizione del divino. Gli stessi Bronzi sono stati magnifici naufraghi, accolti sì come divinità. Naufraghi di una storia lontana che però è sedimentata interrata per millenni nella cultura contadina. Nella lingua, nei modi di dire. Quella cultura contadina che è morta e che ha lasciato i paesi vuoti e morti anche essi. E’ questa è stata la grande visione di Lucano, al di la delle possibili infrazioni. Il modello Riace non si comprende se non partendo dalla fine dei paesi, dalla morte di una cultura millenaria. Il vuoto può essere una risorsa, (principio che governa lo sponz fest che facciamo in Alta Irpinia da 7 anni) può essere il presupposto di una nuova vita, oppure può essere abbandono e degrado. Certamente paura del diverso, abbandono, miseria culturale e degrado sono sempre stati ottimi accessori di qualsiasi potere.

Quanto è necessario, che gli artisti ci mettano la faccia, o meglio, la voce nelle tematiche importanti?

La faccia ce la si mette sempre, ogni giorno, ognuno. Questa dittatura della visibiltà, questo individualismo collettivo ego espansivo è morboso e feroce, questo fare di tutto tifoseria o spettacolo distoglie spesso dalla comprensione delle cose.

La viralità , lo dice la parola stessa è qualcosa di epidemico, di malato. Fare di ognuno un uomo di spettacolo e allo stesso tempo delegare a chi fa lo spettacolo la visibilità è una corsa a chi grida più forte. Però c’è una figura importante per la collettività. L’amico Antonio Infantino raccontava di quando, negli anni 60, a Tricarico arrivavano questi intellettuali parevano santi, diceva, santi laici. Santi perché ci ricordavano di tenere viva la coscienza. Perché si facevano essi stessi coscienza della loro epoca. E questo li rendeva anche profeti. Come Tiresia pagavano la conoscenza col prezzo della separazione. In cambio del dono la maledizione di non essere creduti. Altri raggiungono con altri mezzi la maggioranza . La nostra storia ce l’ha insegnato. Un artista, a mio parere dovrebbe operare con amore per la filosofia, per la poesia e la denunzia. E riguardo alla speranza. La speranza è un lavoro, un sentimento attivo su cui lavorare ogni giorno.

Per il Ktf cultura e territorio sono in sinergia perfetta. C’è un dettaglio che ti rende particolarmente soddisfatto di poter far parte di questa manifestazione?

Sono diversi anni che ricevo l’invito a partecipare a questo festival così dionisiaco. Avrei voluto esserci già dai tempi di “Canzoni della cupa”, che è un lavoro sulla radice. Dylan negli anni 60 diceva “non c’è niente di rassicurante nella musica folk”. Essa viene dalle leggende e dalle pestilenze, come rose che crescono nelle orbite dei teschi. Nella musica folk c’è anche una potenza primigenia, vulcanica. C’è l’amore, l’ingiuria, il sonetto. Rappresenta un poema della storia dell’umanità scritta da ognuno. Ogni pezzo di terra contiene la storia del mondo. E occorre riconoscere che le storie delle terre interne, delle terre dell’osso, del loro patrimonio musicale e linguistico, si somigliano così tanto, che mi viene da pensare che l’italia, per quanto lunga, sia soprattutto profonda e stratificata , e che non si divida i nord e sud , ma in terre dell’interno ( l’osso) e coste e città ( la polpa).

Quali sono le pestilenze del nostro presente presenti all’interno del tuo ultimo progetto?

I bronzi di Riace ci parlano di complessità, la pestilenza in corso è la dittatura della semplificazione. Per il resto le pestilenze hanno sempre gli stessi meccanismi: negazione del male, diffusione di false credenze, caccia all’untore, scioglimento dei vincoli morali, etici, morte del mutuo soccorso, speculazione dei monatti, fine della civiltà.

Calabria, Italia, Europa: in un mondo sempre più globale, la soluzione di questa situazione deve provenire dall’alto o dai territori locali?

La geografia ha sempre subito la storia. I flussi economici, i conflitti, vengono da fuori, arrivano a modificare le vite dei singoli nei loro contesti che per quanto periferici finiscono per essere modificati dall’interno. Carlo Levi nel suo capolavoro parlava di questa umile Italia fuori dalla storia, sulla quale la storia passava per millenni senza modificare il loro animo. Ora non è più così. I cambiamenti si operano all’interno, la globalizzazione presunta, ma molto efficace della cosidetta società dello spettacolo, modifica dall’interno il nostro stesso desiderare. Non si sa davvero quali siano i nostri reali desideri. Ed è per questo che i dati sono l’oro del nostro tempo. Per questo siam chiamati a un maggiore senso di responsabilità individuale. Mai la possibilità dell’informazione è stata così accessibile nella storia dell’umanità, mai così efficace la modifica dall’interno delle coscienze.